Con sorpresa di molti, due antiche parole stanno tornando di moda
nella politica, cultura, economia, e nella vita della società. Sono:
territorio e comunità. Banche e partiti vengono apprezzati se mantengono
rapporti col territorio, e nella società si sviluppano molteplici
comunità, da quelle internettistiche, a quelle culturali, religiose e
perfino culinarie. Eppure solo dieci anni fa, queste due parole erano
considerate tabù, retaggio di un passato cancellato dalla
globalizzazione.
Oggi gli istituti di credito legati al territorio sono quelli più
solidi, i partiti con radicamenti locali guadagnano voti, i cibi
tradizionali sono quelli più apprezzati e la rete che li appoggia e
promuove, quella dello slow food, rappresenta una delle iniziative
economiche e culturali di maggior successo, non solo in Italia, ma in
tutta Europa.
La fine delle storie locali che molti prevedevano per il mondo ormai
globalizzato non c’è stata. Anzi è accaduto esattamente il contrario.
Alla spinta uniformante delle globalizzazione si è contrapposta con
sempre maggior chiarezza quella delle risorse identitarie tradizionali.
All’essere «neutro», senza genere e senza appartenenze territoriali o
comunitarie, cui hanno guardato fino ad ieri le grandi multinazionali
come possibile uomo del domani, si contrappongono con sempre maggiore
chiarezza donne e uomini che sembrano avere molto a cuore la propria
identità, nelle sue diverse componenti, dal genere alla cultura
d’origine, dalle comunità tradizionali a quelle desiderate per i propri
figli.
Si tratta ancora di una tendenza, non di una linea ineluttabile, e
neppure priva di pericoli. Tuttavia è in crescita, e con essa si
sviluppano precisi pensieri, e corrispondenti passioni. Dal lato
positivo di questa tendenza c’è la valorizzazione di ricchezze culturali
e di stili di vita più sani, meno ansiogeni, e portatori di maggior
sicurezza.
È ampiamente provato che i consumatori dei cibi più naturali e legati
alle tradizioni locali (anche «poveri»), stanno meglio e sono meno
stressati di quelli di fast food, i cibi di serie e ricchi di additivi
industriali forniti dalle grandi catene destinate al consumo veloce e di
massa.
La rivalutazione di questi cibi e sostanze, d’altra parte, tende a
ridare vita alle comunità che li producono, ricostituendo nuovamente un
tessuto sociale rotto dalla violenza di processi d’industrializzazione e
consumo indifferenziati e impersonali.
Dal lato negativo c’è l’aspetto di difesa delle proprie identità,
territori e comunità rispetto a quelle degli altri: immigrati, altre
regioni, culture differenti. Tuttavia la storia degli ultimi due secoli,
oltre all’osservazione psicologica degli individui e dei popoli,
dimostra che l’aspetto aggressivo delle rivendicazioni identitarie
aumenta quando vengono negate, mentre diminuisce, fino a tradursi in
apertura, quando vengono riconosciute e organizzate.
È anche per ridurre le tensioni etniche e i conflitti regionali che, ad
esempio, il partito conservatore inglese ha preparato per vincere le
prossime elezioni un programma di «conservatorismo comunitario», inteso a
trasferire ai territori e comunità di base le risorse oggi accentrate
nello Stato e nelle grandi aziende, appoggiando cooperative e
associazioni produttive locali. Del programma dovrebbero far parte aiuti
alle donne per avere figli ancora giovani, appoggiandole nel loro
inserimento professionale in tempi successivi, senza costringerle in un
«percorso maschile».
Aiutando le persone ad essere se stesse, queste tendenze potrebbero
produrre una società più coraggiosa e serena.
Claudio Risé, da “Il Mattino
di Napoli” del lunedì, 6 aprile 2010, www.ilmattino.it
Ultimo aggiornamento : 09-04-2010 10:30
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